Addolorata

Addolorata abitava in un basso.

La sua casa affacciava direttamente su una strada dei vicoli del Rione Sanità. Da queste parti, durante la sua infanzia, si vedeva passeggiare uno dei più illustri personaggi ai quali questo rione ha dato i natali: il principe della risata, Totò.

Era piccola Addolorata, ma ancora ricordava distintamente il rumore assordante della sirena di guerra. Era il segnale. Si deve correre verso il rifugio fin sopra la salita di Capodimonte. Di lì a poco sarebbe iniziato un bombardamento aereo. Via le scarpe, scalzi si corre più veloce. Si narra che una delle bombe cadde nei pressi di Vico Sanfelice, erroneamente chiamato Vico San Felice fino a qualche anno fa, quando venne installata anche una nuova targa col nome corretto nel vico dedicato all’architetto Sanfelice, artefice della magnifica scala ad ali di falco presente nel Palazzo dello Spagnuolo, al Borgo dei Vergini. Si restava nel rifugio antiaereo fino a cessata emergenza.

Poi, sul finire del Settembre del 1943, Napoli si risvegliò liberata. Tutti, lei compresa, si sentivano finalmente liberi di camminare per strada, senza l’ansia di un nuovo suono di sirena che in pochi secondi ti catapultava in un’atmosfera surreale, di assoluto terrore.

Certo, la città mostrava chiaramente le sue ferite di guerra, ma allo stesso tempo un volto diverso, disteso, speranzoso, sollevato. La gente di Napoli ha saputo sollevarsi con grande dignità nel periodo dopoguerra. Nel 1946, invece, gli italiani furono chiamati a votare al Referendum che decretò la nascita della Repubblica ma la famiglia di Addolorata era nettamente schierata per la Monarchia.

Gli anni passavano, Addolorata cresceva e doveva imparare un mestiere. Le insegnarono quello di “rivettatrice”: si occupava di assemblare i diversi pezzi delle scarpe in pelle cucendoli a macchina. Ma non era l’unica attività che imparò. Il basso di Addolorata, il martedì, si trasformava in una pizzeria. La mattina alle 6 arrivava il pizzaiolo che preparava l’impasto. Fuori al basso, invece, era tutto pronto per vendere le pizze fritte che la gente pagava “oggi a otto”: si mangiava oggi, ma si pagava dopo otto giorni, magari proprio il martedì successivo quando contemporaneamente si prendeva un’altra pizza.

Il Lunedì, invece, era dedicato alle anime del purgatorio. Addolorata era solita andare al Cimitero delle Fontanelle per il “rinfresco” dell’anima di qualche capuzzella, ma l’occasione della passeggiata era anche buona per trovare un buon fidanzato. A quei tempi alle Fontanelle arrivava un tram che attraversava interamente il Rione Sanità ed il Borgo dei Vergini.

Non era facile vivere a quei tempi, ma tutto era abbastanza. La Domenica, ad esempio, si era soliti riunirsi nel pomeriggio con zii, fratelli, sorelle e cugini e ci si metteva a cantare, ad ascoltare la musica dalla radio, a raccontare le storie e i fatti del quartiere.

Il quartiere del Monacone, San Vincenzo Ferreri, che nel primo martedì di Luglio veniva portato a spalla dai portatori per tutto il quartiere, e ciò avviene ancora oggi. Poi c’era la festa dedicata al Santo del Rione Sanità dove venivano invitati i cantanti più famosi, gli artisti affermati e la gente si riversava in strada per onorare i festeggiamenti. Il giorno della processione in casa di Addolorata si era soliti preparare la parmigiana di melanzane accompagnata da taralli e birra.

Oggi di lei manca la sua frittata di spaghetti, i “panzarotti” di patate preparati a mano pieni di provola e formaggio, i “migliaccielli” che preparava a Carnevale con la farina della polenta, pieni di cicoli , sale e pepe, impanati e fritti. Manca il suo modo di raccontare la vita alla gioventù moderna nata nel benessere e inconsapevole delle sofferenze di un’epoca passata dove ci si accontentava anche di poco.

                                                                                                                                           Antonio Testa

Questo racconto è dedicato a mia nonna

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